Biografia

Guglielmo Giaquinta ha amato e creduto profondamente nel suo sacerdozio e in quello di tutti i fratelli. Chi lo ha conosciuto ha potuto sperimentare la profondità di amore e di rispetto che egli aveva nei confronti dei sacerdoti, il desiderio custodirne la vocazione, il fermarsi in umile riconoscenza di fronte al mistero della divina condiscendenza di Cristo. Il Signore ha voluto infatti scegliere creature umane per perpetuare nel mondo la sua presenza e perché queste ripetessero nel suo nome «fate questo in memoria di me», ed elargissero il suo perdono.

Basta rileggere le sue preghiere per rendersi conto della sollecitudine con cui pregava per i sa-cerdoti, e quale consapevolezza avesse della fragilità umana e insieme della grande missione loro affidata. «Simile a noi e da noi dissimile; nostro fratello ed espressione del divino; da Dio e dagli uomini sei scelto mediatore fra la terra e il cielo. Eleva lo sguardo verso l'alto e prega per noi e poi torna ancora verso di noi e facci sentire il mistero della divina paternità nella ricchezza del tuo cuore di padre». Queste parole ben sintetizzano i suoi più intimi sentimenti.

«Sacrifico me stesso perché essi siano santificati». Ha vissuto così il suo sacerdozio: con profondo senso della immolazione per il Popolo di Dio di cui il sacerdote è modello e guida come Cristo, fino al Calvario. «La consacrazione sacerdotale comporta ed esige la reale conformazione-trasformazione in Cristo» (Il Cenacolo, ed. Pro Sanctitate).

Era posto nel suo studio (e poi, negli ultimi anni, nella sua camera) un Crocifisso che gli aveva dato un sacerdote prima di abbandonare il ministero, quasi a volerglielo affidare in custodia. A quel Crocifisso egli si volgeva sempre con tanta tenerezza e venerazione. Quel Crocifisso univa due persone in speciale comunione.

La sua vocazione era nata quasi per caso, conseguenza di una birichinata infantile. Venuto a Roma dalla Sicilia, aveva marinato per molto tempo la scuola e «santificava» le assenze racco-gliendo francobolli per le missioni; suo padre, con la speranza di un rapido recupero, lo aveva messo nel Seminario minore. Monsignore raccontava spesso sorridendo quel lontano episodio della sua infanzia e concludeva: «Cosa strana; nell'istante in cui varcai la soglia di quella scuola ebbi la certezza che dovevo diventare prete. Certezza che non è più svanita. È il mistero della vocazione sa-cerdotale».

La Chiesa fondata sugli Apostoli e il sacerdote perno insostituibile della vita ecclesiale sono idee di fondo della spiritualità del vescovo Giaquinta. Fedele alla sua vocazione sacerdotale e fermamente convinto che sacerdoti santi formino comunità sante, egli ha costituito un Istituto Secolare Sacerdotale, gli Apostolici Sodales, che ha una specifica spiritualità presentata nel volume Il Cenacolo (1981).

Cristo, nell'Ultima Cena, nel momento più sacro della sua vita, ha manifestato l'apice del suo amore per l'umanità, affidandolo come eredità particolare ai sacerdoti.

Sulla base del 17° capitolo del Vangelo di Giovanni, nel libro Il Cenacolo vengono evidenziati i misteri dell'amore di Cristo: il mistero del servizio – la lavanda dei piedi -, il mistero dell'unità con Lui e il Padre, il mistero della immolazione suprema. Il sacerdote, nato nel Cenacolo, vive in sé la diaconia dell'unità con il Vescovo; è custode del mistero d'amore e costruttore di una Chiesa-fa-miglia e realizza nella sua vita l'immolazione di Cristo Signore.

Abbiamo visto Mons. Giaquinta vivere così il suo sacerdozio. Indimenticabili le sue celebrazioni eucaristiche; inabissato nel mistero della grande oblazione di Cristo al Padre, si offriva anche lui alter Christus: «questo è il mio corpo, questo è sangue». Ricordiamo con gratitudine e nostalgia la sua mano alzata in gesti di benedizione, o al termine di solenni celebrazioni o nel quotidiano saluto ai suoi figli spirituali, o a chi lo visitava; il gesto di benedire era sempre paterno, nato dal cuore, rivolto alla persona, portatore di pace.

da L’apostolo della santità, Maria Mazzei, ed. Pro Sanctitate, 2003

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