Scritti

Sacerdozio

Elevazione sacerdotale al Padre

Siamo, o Padre,
misticamente nel cuore del Cenacolo
accanto al tuo Figlio,
sommo ed eterno Sacerdote,
per elevare a te
la nostra preghiera di ringraziamento
e di impetrazione.
Ci hai voluti ministri consacrati al tuo amore
e noi vogliamo rimanere fedeli
alla missione che ci hai dato.
Rendici fusi nell’unità trinitaria,
ripieni della forza e della luce dello Spirito,
donatori di tutti i misteri del Cenacolo,
ma soprattutto
del pane e del vino consacrati.
Ci siano tra noi amore ed unità fraterna
e la fedeltà a quelli
che hai voluto pietra e colonne della tua Chiesa.
Donaci la gioia e la pace portate dal tuo Cristo
e nell’ora della tristezza e della solitudine
insegnaci, come a Giovanni,
a poggiare il capo sul cuore del Maestro.
Moltiplica attorno a noi
le anime che ascoltano la tua parola
e forma di noi tutti   sacerdoti e fedeli –
una famiglia di amore
desiderosa di avanzare verso la santità.
Sia Maria, madre di Cristo e della Chiesa,
colei che ci congiunge in unità di cuore
e insegnaci ad invocarla con accento di figli;
madre dei sacerdoti, prega per noi. (da Preghiere, 108-109)

Spiritualità sociale/fraternità

Costruttori di un mondo nuovo

Al mondo,
immerso nell’egoismo e nella ingiustizia,
tu sei venuto, Signore
a dire una parola nuova.
Ci hai parlato di amore e di fraternità,
e ci hai rivelato l’esistenza di un Padre che ama tutti
infinitamente
e tutti vuole fratelli;
e hai lasciato tale messaggio come testamento
perché fosse diffuso nel mondo.
Ma ancora molti non lo conoscono,
e cercano di risolvere i loro problemi
attraverso la giustizia,
rimanendone, spesso, delusi.
Questa nostra povertà invoca aiuto da te.
E tu, Signore
ti sei degnato di chiamarci
perché diveniamo tua risposta ai fratelli,
vivendo noi per primi il comandamento dell’amore
e ripetendo a tutti che la fraternità,
più che la sola giustizia,
può risolvere i problemi dell’uomo.
Noi desideriamo compiere la missione
che ci hai affidato
e parlare di amore e di fraternità.
Per questo, Signore,
dacci il dono della parola
e il coraggio della testimonianza.
Aiutaci a divenire forza capace di edificare
un mondo nuovo,
in cui vivere quali figli di uno stesso Padre celeste
e dell’unica madre Maria,
fratelli in te,
discepoli fedeli della tua Chiesa.
Donaci la forza dello Spirito
per essere costruttori di un mondo
in cui tutti gli uomini possano e sappiano vivere
da fratelli.
Amen

*    *    *

Maria, madre e sorella nostra,
Aiutaci a divenire fratelli. (da Preghiere, 124-125)

Vita consacrata

Spirito di servizio

La disponibilità apostolica, è essenzialmente posizione di servizio, di povertà, di donazione, di espropriazione.
Lo spirito di servizio ha dei gradi: unirsi con Gesù vittima, unirsi con Gesù pane, arrivare alla schiavitù per le anime.
Tre gradi di servizio che, evidentemente, non possono essere vissuti se non nella spiritualità e nella luce della croce.
La partecipazione al mistero della espropriazione di Cristo, del suo annientamento, della sua kenosis si concretizza nell’esercizio dei voti che sono come un grande fascio di luce che danno l’immagine totale di Cristo crocifisso cui si desidera configurarsi.
I voti sono realtà essenzialmente positive, trasfiguranti in Cristo. Essi non creano un vuoto sterile ma un vuoto che deve essere riempito dalla pienezza di Cristo.
Il voto di castità, attraverso cui liberamente si rinuncia a determinate tendenze di natura è quello che più configura al mistero della incarnazione di Cristo e allo svuotamento di cui parla S. Paolo. Il mistero della incarnazione, infatti, è la rinuncia del divino per l’uomo, in cui Dio prende la forma dell’uomo, quindi svuota se stesso.
Con il voto di povertà si ripete in sé la rottura da parte di Cristo con il mondo e con i suoi possessi; rottura che trova un momento “plastico” nelle tentazioni di Cristo nel deserto.
Satana offre a Lui i regni della terra, la gloria, la potenza; Cristo lo allontana, lo caccia via.
La configurazione a Cristo, alla sua povertà, al suo regno non è un fatto negativo, ma positivo, perché fa ricchi di Lui e del suo Regno.
Non c’è creatura più ricca di chi ha rinunciato a tutto per Cristo, perché di nulla ha bisogno e in Cristo trova tutto.
Ce ne dà un esempio S. Benedetto Labre il quale è stato tra i santi forse il più povero. In un certo vicolo del centro di Roma in cui la gente gettava i rifiuti, egli andava a cercare, tra i rifiuti, qualche cosa da mangiare. Allora la gente che lo amava e lo stimava come santo, dava a lui quanto avrebbe potuto servirgli; egli tutto accettava ma poi tutto dava ai poveri: di nulla diceva di aver bisogno perché trovava tanto tra i rifiuti.
La povertà è la ricchezza di chi è povero. Quanto più saremo poveri, tanto più saremo ricchi, perché non avremo bisogno di niente come Cristo. Se fossimo realmente poveri, il Signore farebbe miracoli per noi.
La rinuncia alla propria volontà attraverso il voto di ubbidienza conforma a Cristo, il quale, per ubbidienza al Padre, muore sulla croce.
Quando si parla di ubbidienza al Padre si ha la sensazione di un Padre duro e prepotente che si impone. Così pensando si dimentica il mistero dolcissimo della Trinità in cui il Padre e il Figlio sono congiunti nell’unità dell’amore dello Spirito Santo.
La adesione della volontà di Cristo alla volontà del Padre qualunque essa sia, non è altro che l’azione dello Spirito Santo che congiunge in unità indissolubile il Padre e il Verbo.
L’atto di adesione della volontà di Cristo alla volontà del Padre è appunto mozione intima e dolcissima dello Spirito Santo. E’ così che va vissuto il voto di ubbidienza; in spirito trinitario, in una tensione di amore, sotto la mozione dello Spirito Santo per cui si accetta l’ubbidienza come esperienza di fede, non come divisione tra chi comanda e chi ubbidisce.
Inseriti in un mistero di fede trinitario liberamente e gioiosamente per amore di Cristo, con Cristo si accetta il primato della fede e dello Spirito nei confronti del primato della propria esperienza, della propria intelligenza, della propria volontà.
E’ evidente che ciò richiede essenzialmente spirito di fede, adesione allo spirito e alla croce di Cristo integrati dalla contemplazione dell’amore redentivo, ovvero di Gesù redentore che ha riparato per noi e a cui noi dobbiamo partecipare. (da La teologia della croce, 138-140)

Santità

Santi… per il mondo

Questo brano è tratto dal testo “L’amore è rivoluzione” e costituisce una delle pagine più classiche del pensiero di Giaquinta sulla santità. Partendo dal confronto con due concezioni estreme di santità, entrambe limitate, il Servo di Dio trova nell’amore della Trinità la sorgente della santità dell’uomo, ma allo stesso tempo afferma che il santo non è colui che ha raggiunto la pienezza dell’amore, quanto piuttosto ogni uomo e ogni donna che “con la sincerità e la passione di cui è capace la sua anima cerca di camminare decisamente verso tale pienezza.”.

Chi è il santo?

La risposta popolare non ammette incertezze: è il prescelto da Dio. Il che è anche esatto se la cosa non sia intesa in senso discriminatorio e cioè come di colui che, predestinato fin dal suo primo nascere a compiere grandi cose per Dio e per i fratelli, ha, in un certo senso, assicurata, da sempre, la tessera di ingresso in quel modesto numero di creature riconosciute ufficialmente eroiche dalla Chiesa. […]
Non è facile, per la psicologia umana, saper rimanere nel giusto mezzo. Accanto, e in opposizione, alla figura del santo miracolista se ne è sviluppata un’altra, assai differente, più vicina a noi, anzi totalmente incarnata nella nostra mediocrità. […]
In questa ipotesi il santo sarebbe il comune cristiano della strada che, fedele ai suoi doveri religiosi, ha scoperto tutto il senso dei valori terreni ed umani e non avverte quindi l’urgenza di entrare nella regia via della S. Croce di cui parla l’Imitazione e tanto meno nelle incomprensibili «notti» così care ai mistici del 1600.
Tra queste due tesi, evidentemente antitetiche, si pone quella della posizione ascetica che segue, sostanzialmente, la traccia del grande Ignazio di Loyola.
La coscienza della nostra inclinazione al male deve darci la forza di combattere tali nostre tendenze, attraverso un controllo costante e sistematico che ci consenta di formare la volontà, eliminare gradualmente le imperfezioni e acquistare le virtù.
È santo colui che, avendo accettato tale piano di lavoro, di fatto cerca di attuarlo con tutto l’impegno possibile.
Questa terza concezione, quando venga arricchi­ta dalla figura di Cristo che sia presente a noi come modello a cui ispirarsi, ci fa comprendere chi real­mente sia il santo e quale significato abbia la voca­zione universale alla santità.
Si è parlato della storia dell’amore, della dialettica del massimo e del realismo dell’amore di Cristo.
Tutti siamo chiamati a prendere sul serio tali principi e ad attuarli in noi: è, questa, una vocazione universale.
Ma prendere sul serio tale vocazione significa accettare le conseguenze pratiche della esigenza divina manifestata nel suo piano di amore, metterci anche noi sulla linea della dialettica del massimo, abbandonando il nostro minimismo spirituale, accettare la provocazione all’amore totale racchiusa nella realtà della croce di Cristo.
Dove conduce tale cammino?
Non certo nel contentarsi del minimo indispensabile per salvarsi dall’inferno o per vivere in grazia o per compiere i cosiddetti «doveri del buon cristiano».
L’amore è sguardo al Padre che ci ha amato fino al punto di non risparmiare il proprio figlio per noi (Rm 8, 32); è ascolto della Parola divina, Gesù Verbo Incarnato, il quale è venuto a rivelare il mistero ineffabile di un Padre che ci ama infinitamente e vuole la totalità del nostro amore; è docilità all’azione dello Spirito che, dentro di noi, implora verso l’alto e forma, come in Maria, le fattezze del divino e, fuori di noi, ci parla attraverso la rivelazione passata e il magistero attuale della gerarchia della Chiesa.
Quando tale amore non sia teoria ma incarnazione di vita noi lo chiamiamo santità e colui che ne è portatore è il santo.
Ma chi può autodefinirsi portatore di tale pienezza e quindi santo, e quale autorità ha, in terra, il potere di dare un tale giudizio nei confronti di chi non ha ancora varcato la soglia dell’eterno?
Nessuno e nessuna. Ciò significa che tutti viviamo nello stato di povertà congenita e con l’esperienza della nostra miseria ma, insieme, dobbiamo avere la volontà e il desiderio fattivo di lasciarci afferrare dall’amore trascinante di Cristo verso la pienezza dell’incontro con il Padre.
Cogliamo qui il punto cruciale della nostra santità umana.
Siamo delle povere creature ‑ S. Paolo direbbe, vasi di argilla (2Cor 4, 7) ‑ che attratti dalla voce del Padre (S. Ignazio scriveva: «L’acqua viva mormora dentro di me e mi dice “vieni al Padre”», Rom. VII) ci sforziamo con sincerità e umiltà di camminare verso di Lui con la totalità del nostro essere.
Totalità: e qui ritorna il precetto del Vecchio e del Nuovo Testamento: con tutto il cuore, lo spirito, l’anima, le forze.
Del nostro essere: e cioè di noi stessi; che è quanto dire: anima e corpo; individuo, collettività e società; spirituale e materiale; pensiero, sentimento, volontà; tempo ed eternità.
Siamo coinvolti in ogni nostra parte e in ogni nostro momento in questa tensione verso la pienezza dell’amore che il Padre ci ha mostrato nel Figlio. Ed è quindi logico che anche i comuni termini di dovere, peccato, sanzioni e cose del genere, pur conservando la loro oggettiva verità, siano superati da chi ha scelto altre mete e altre misure.
E questo non perché si abbia la certezza di essere arrivati, giacché S. Paolo è esplicito nel suo ammonimento: chi sta in piedi si guardi con attenzione, perché potrebbe cadere (1Cor 10, 12); ma perché l’esigenza dell’amore, apparsa a noi nella tragica realtà di un Cristo crocifisso per amore, non ci consente di «misurare» una risposta di amore ad un amore datoci senza misura.
Chi è santo?
Nessuno, perché nessuno può dire di essere arrivato alla pienezza della corrispondenza dell’amore.
Chi è il santo?
Ogni uomo che con la sincerità e la passione di cui è capace la sua anima cerca di camminare decisamente verso tale pienezza.
Il santo allora è un uomo non completo che aspira alla completezza; l’affamato di un amore che egli possiede già, ma solo parzialmente; una creatura bisognosa dei fratelli a cui cerca di dare non il superfluo della sua abbondanza ma tutto ciò che gli è possibile; un uomo immerso nell’oggi ma che guardando l’eterno cerca di anticiparlo, secondo le sue possibilità, nel tempo che egli vive.
Egli è l’uomo di Dio, di cui sente sempre più prepotente il bisogno; è l’uomo degli uomini che sente appassionatamente suoi fratelli.
Il santo è il capolavoro di Dio e degli uomini; colui di cui ha bisogno Dio e che, insieme, esprime l’ideale degli uomini.
Il santo è il luogo dove s’incontra il divino e l’umano; è la continuazione nel tempo dell’amore redentivo e cioè del Verbo che si è fatto carne per inserirci nel suo processo di amore.
È per questo che solo Gesù, uomo‑Dio, è il vero santo. Ma dopo di Lui e nella sua forza, tutti devono camminare verso l’amore del Padre e sono quindi chiamati alla santità. (da L’amore è rivoluzione, 87-92)

Vita spirituale

Dimmi Signore

Dimmi, Signore, che m’ami
dimmelo ancora Signore
gridalo sempre più forte
fino a inebriarmi d’amore.

Cosa donarti, Signore,
che a te mi leghi per sempre?
Cogli il bisogno del cuore
vivere solo d’amore.

Sono una piccola cosa
senza né forza né voce
ma se mi guardi, Signore,
sboccia più forte l’amore.

Donami un cuore che bruci
fammi tua voce che grida
senza riposo ai fratelli
quanto mi ami, Signor,
quanto ci ami, Signor. (da Preghiere, 134)